PROVINCIA DI MANTOVA

di CLAUDIO MISCHI

 

 

 

 

 

       

  IL B-25 DI ACQUANEGRA

 

 

All’alba del 13 febbraio 1945, nella loro base di Alesan in Corsica, 24 bombardieri bimotori americani B-25  vengono preparati per l’ennesima missione di bombardamento. Gli aerei sono controllati, riforniti di carburante, di nastri di mitragliatrice e vengono caricate 6 bombe da 500 libbre per ogni aereo.

L’obiettivo quel giorno è il passo del Brennero, importante via di comunicazione per i tedeschi attraverso il quale transitano rifornimenti di uomini ed equipaggiamenti diretti verso il fronte.

Il passo è fortemente difeso da cannoni antiaerei pesanti e leggeri, inoltre operano nella valle del Po alcune batterie mobili con cannoni da 88mm. che si spostano in continuazione lungo la rotta degli aerei, tendendo pericolosi agguati alle formazioni di bombardieri alleati dove meno è attesa una loro opposizione. Gli equipaggi  sanno bene quanto sia insidioso avventurarsi in quella zona, molti aerei              non sono tornati alla base nelle missioni precenti.

Inoltre c’era il pericolo di incontrare i caccia nemici del 2° Gruppo Caccia A.N.R. equipaggiati con aerei Messerschmitt  Bf.109 che operando da vari aeroporti del Veneto e Lombardia negli ultimi mesi si erano dimostrati avversari temibili, quindi per ovviare al pericolo dei caccia, i bombardieri B-25 avrebbero avuto una scorta di caccia monomotore P-47 che li avrebbero protetti dall’alto.

Dopo il consueto briefing gli equipaggi raggiungono i loro aerei e dopo i vari controlli agli aerei

che tutto sia a posto, i 24 bimotori B-25 decollano da Alesan ed iniziano la lenta salita per raggiungere la quota operativa di 8.000 metri.

Poco dopo vengono affiancati dai caccia P-47 di scorta e questa vista è rassicurante per gli equipaggi dei lenti bombardieri.

Il viaggio procede tranquillo, man mano che si avanza la tensione aumenta, e sorvolato il fiume Po

gli equipaggi sanno bene che da quel momento in poi potrebbero essere fatti bersaglio della contraerea o intercettati dai caccia.

Nella valle dell’Adige vengono presi di mira dalla contraerea senza che essa procuri danni alla formazione americana, quindi inizia la corsa di bombardamento all’obiettivo, il temuto passo del Brennero dove i bombardieri incontrano un micidiale fuoco contraereo ma nonostante tutto riescono a sganciare con precisione ed efficacia le bombe sopra l’obiettivo, le strade ferrate e le montagne soprastanti con l’intento di causare frane, le quali cadendo sopra la linea ferroviaria portano tonnellate di detriti e massi sulle rotaie, interrompendola, il cui ripristino porta ad un duro e laborioso lavoro.

Purtroppo uno dei bombardieri, il B-25 del 340° Bomb Group, 486° Bomb Squadron, soprannominato “Idiots Delight”  il 6W S/N 43-27505 pilotato dal Ten. Marshall W. Knighton viene colpito dalla contraerea ad entrambi i motori e costretto ad uscire dalla formazione, faticosamente tenuto in volo dal pilota e dal co-pilota, Ten. Jerry C. Smith. Subito la situazione si presenta critica, con entrambi i motori colpiti è impensabile tornare alla base in Corsica, il pilota comunque decide di mantenere la rotta di rientro e di proseguire fino a quando riuscirà a mantenere in volo l’aereo e avvisa l’equipaggio di prepararsi ad abbandonare l’aereo.

Alle ore 11,40, all’altezza di Asola la situazione diventa insostenibile, per un aviatore abbandonare il proprio aereo è l’ultima cosa che vorrebbe fare, inoltre tutti sono consapevoli di essere sopra il territorio nemico e che ad aspettarli ci saranno i tedeschi ed i fascisti pronti a catturarli non appena toccheranno terra.

Il pilota Knighton dà l’ordine di evacuazione e uno dopo l’altro i sei aviatori americani si lanciano nel vuoto; tre di loro, Robert R. Chappuis, Jack R. Long e Arthur A. Kropp scendono nei pressi di Sorbara mentre gli altri tre, il pilota Marshall W. Knighton, il co-pilota Jerry C. Smith e il bombardiere Elroy C. Roseburg prendono terra in una zona compresa tra Fontanella Grazioli e Acquanegra.

Il bombardiere, privo di controllo, compie una virata di 150° e, dopo aver sorvolato l’abitato di Canneto sull’Oglio si schianta al suolo in località Boschetti a poca distanza dal fiume Chiese, in territorio del Comune di Acquanegra.

I tre aviatori scesi a Sorbara vengono avvistati dai partigiani della 123^ Brigata Garibaldi e dalle “Fiamme Verdi” di Asola e portati provvisoriamente in una casa vicino a Sorbara dove incontrano il capo partigiano Aldo Comucci; un quarto aviatore è catturato dai tedeschi, gli altri due vengono salvati e nascosti dai partigiani di Fontanella Grazioli e Acquanegra.

Nello stesso momento pattuglie di brigate nere e di tedeschi rastrellano il terreno alla ricerca degli aviatori americani, dopo aver trovato un paracadute nelle vicinanze. Comucci, incurante di questi pericoli e dei paesani che vengono a curiosare, porta gli aviatori in una casa già “rastrellata” presso Sorbara e ritorna ad Asola per preparare agli americani un rifugio più sicuro.

I tre di Sorbara sono costretti a cambiare continuamente nascondiglio per sfuggire ai rastrellamenti, sempre aiutati dai partigiani e soccorsi in ogni modo dalle famiglie della campagna asolana, malgrado queste conoscano la “disposizione del capo fascista della provincia di Mantova, la quale impone ad ogni capo famiglia di dichiarare pubblicamente il numero e le generalità di ciascuno gli abitanti della sua casa, mediante apposito cartellino affisso sulla parete esterna della porta d’ingresso”.

Durante la notte del 14, alle ore 03,30, Aldo Comucci riesce a portarli a 5 chilometri dal luogo primitivo in una casa dove restano dieci giorni. Nel frattempo Comucci è riuscito a scoprire il quarto dei sei aviatori, il co-pilota Smith, nascosto a Fontanella ed effettua il primo scambio di corrispondenza tra lui e gli altri aviatori.

Poiché le brigate nere, il giorno 24, rastrellano la zona in cui sono nascosti i tre, si impose la necessità urgente di cercare un ennesimo rifugio, questa volta assolutamente sicuro.

La scelta cadde sulla casa del partigiano Ugolini Angelo, situata in via Torresano 30 ad Asola,  a poche decine di metri dalla caserma G.N.R, rifugio dunque al di sopra di ogni sospetto e sufficientemente sicuro, in quanto difficilmente i tedeschi avrebbero orientato in quel quartiere le loro ricerche. Il problema del trasferimento degli aviatori dalla campagna ad Asola fu risolto usando la macchina del Comandante di presidio di Asola, cap. Schultz, parcheggiata per riparazione nell’officina del patriota Beschi Mario delle “Fiamme Verdi”. Beschi e Comucci, caricati sull’auto i tre aviatori americani, li portano a “velocità pazzesca” lungo i viottoli di campagna fino al paese e li fanno scendere, alle ore 17 circa, all’officina Beschi, dove li accoglie il sapista Nolli Erminio.

In mezzo a Comucci e Nolli, gli americani, con rumorosa conversazione, attraversarono il centro di Asola finchè giunsero a casa della famiglia Ugolini. Qui ricevettero, fino al giorno della liberazione, ospitalità spontanea, affettuosa e, soprattutto, sicura.

Anche gli altri due aviatori nascosti nelle campagne di Fontanella Grazioli e Acquanegra riuscirono a sfuggire alla cattura grazie ai partigiani  ed alle persone del luogo che si prodigarono in ogni modo privandosi di quel poco che avevano e rischiando la loro vita per mantenere segreti i nascondigli   degli americani. 

 

 

TESTIMONIANZA DI ROBERT R. CHAPPUIS, ADDETTO RADIO A BORDO DEL B-25.

 

Nel 1942 ero uno studente del secondo anno all’Università del Michigan ed essendo giocatore di football ebbi l’opportunità di entrare a far parte del Reparto Militare Americano della riserva.

Venni chiamato in servizio nel 1943 e ricevetti l’addestramento come addetto alle radio trasmittenti dell’aeronautica, quindi aggregato ad un equipaggio di bombardiere B-25 inviato sul teatro di guerra italiano, ed assegnato al 340° Bomb Group con base operativa in Corsica. 

 Quella del 13 febbraio 1944 era per me la 21^ missione, venni aggregato ad un equipaggio che non era quello con cui volavo abitualmente e partimmo di prima mattina con obiettivo il Passo del Brennero. Fu sull’obiettivo che venimmo colpiti dalla contraerea ad entrambi i motori e quando l’aereo divenne ingovernabile il pilota Knighton diede l’ordine di abbandonare il nostro aereo.

Lanciatomi con il paracadute, scesi in un campo coltivato di alberi da frutto, il mitragliere della torretta dell’aereo, Jack R. Long toccò terra ad una ventina di metri da me.

Sapevamo di essere in territorio occupato dal nemico e che ci avrebbero cercati, quindi io e Jack infagottammo frettolosamente i nostri paracadute e corremmo verso un canale d’irrigazione, dove ci nascondemmo.

Eravamo accovacciati dentro il canale respirando con affanno per la corsa e per il timore di essere presi prigionieri dai tedeschi, quando un giovane in bicicletta si fermò nelle vicinanze facendoci un segno di evviva. Io e Jack interpretammo questo gesto come amichevole, e comunque non avevamo molta scelta, eravamo braccati dai tedeschi e quindi decidemmo di fidarci di lui.

Il ciclista ci portò in una vicina casa colonica, dove pranzammo con pasta all’uovo e fegato di maiale, poco dopo ci raggiunse un terzo membro dell’equipaggio del nostro aereo, il mitragliere di coda Arthur Kropp. In quella casa incontrammo il capo partigiano Aldo Comucci. Egli aveva la nostra età e divenne la nostra guida e protettore per i futuri tre mesi.

Aldo si prodigò in tutti i modi, facendoci cambiare più volte nascondiglio, finchè non riuscì a trovarci una sistemazione sicura ad Asola. Egli ci sistemò in una casa rosa con tinta a stucco in via Torresano n° 30, che era l’abitazione della famiglia Ugolini, due porte più in giù nella stessa via al

numero 35 c’era il Comando tedesco.

Nonostante questa opprimente vicinanza al nemico, la residenza dimostrò le sue virtù come nascondiglio. Mamma Ugolini (non imparai mai il suo primo nome) e le sue due figlie, Gina e Wally, erano sarte, così ci fu nella divertente affluenza di traffico dentro e fuori dalla casa la perfetta copertura per l’andare e venire di Comucci e dei suoi partigiani.

Papà Ugolini lavorava al mercato locale ed il cibo era abbondante.

Noi tre aviatori eravamo sistemati in una stanza su dalle scale e dormivamo uno contro l’altro su due letti in lamiera uniti. In tali precarie condizioni, noia e stanchezza pesavano oppressivamente su di noi. Quella stanza divenne ad un tempo rifugio e prigione, la guerra, per quanto noi sapevamo poteva durare ancora anni.

La prova di questa severa reclusione fu allietata una volta soltanto, la sera di Pasqua, quando vestiti come contadini, ad eccezione delle nostre scarpe militari, noi tre fummo portati dagli Ugolini a passeggio per le vie di Asola. Là, nei male adattati abiti e con un indiscreto camminare, passeggiammo per le strette acciottolate vie per un’ora, con Mamma Ugolini che adottò un curioso “sistema di chiacchierare”: se un tedesco doveva passare, lei dava una stretta improvvisa al mio braccio ed affettuosamente mi chiamava Roberto, come se io fossi un membro della famiglia.

 

R. CHAPPUIS, IN CENTRO ALLA FOTO CON LA FAMIGLIA UGOLINI

 

 

Qualche giorno dopo si verificò un momento di forte apprensione. Una sera, quando a noi tre fu servito il pasto, il fidanzato della figlia Gina, un fascista del luogo, ci scoprì con una non annunciata visita alla stanza di sopra. Egli chiese a Gina: chi sono questi uomini? Ed ella disse a lui la verità, che eravamo aviatori americani di un aereo precipitato. Lui sostenne che non aveva altra scelta se non quella di denunciare la nostra presenza alle autorità. Gina gli rispose: va avanti, saranno presi prigionieri, ma la mia famiglia ed io saremo fucilati, va avanti, denunciaci tutti se è questo che vuoi. Fortunatamente il fascista desistette dai suoi propositi e non ritornò più sull’argomento, la cosa non ebbe seguito.

Una notte di aprile Comucci entrò trionfante in casa Ugolini ed annunciò: la città è nostra, le truppe alleate sono soltanto a pochi chilometri da qui e i nostri gruppi di partigiani hanno già cacciato da Asola i tedeschi e i fascisti. Danzeremo tutta la notte!

Così fecero. Improvvisamente noi tre eravamo diventati degli eroi. Prima di quella notte soltanto circa sette persone dell’intero paese sapevano che eravamo nascosti là. Mi avevano innalzato, come una bandiera americana, sul campanile della chiesa.

Solo quando le truppe alleate entrarono ad Asola potei finalmente informare la mia famiglia a Toledo che ero vivo. Feci ritorno sul campo da gioco del Michigan nell’ultimo semestre del 1946, ma non ero certo pronto al gioco tanto meno a quello del football, ero fuori allenamento in considerazione dei tre mesi di segregazione ed avevo da recuperare diversi chili persi, ma lentamente e con costante allenamento tornai a ritrovare la forma di un tempo ed a giocare con successo nella squadra del Michigan.

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROBERT CHAPPUIS SULLA COPERTINA DI “TIME

 

LETTERA DI AMBRA COMUCCI A CLAUDIO MISCHI, INVIATA IL 10 02 2006

 

Gent.mo Sig. Mischi,

ho letto il suo articolo e lo ritengo aderente ai fatti, per quanto mi è dato conoscere, in relazione

ai racconti incrociati resi da mio padre e da Robert, anche in momenti diversi, ai quali ero sempre presente perché fungevo loro da interprete.

Le uniche cose da aggiungere, di cui sono a conoscenza riguardano momenti o stati d’animo vissuti insieme da Robert e da mio padre allora, e la loro grande amicizia, ma non dati tecnici o storici.

In quest’ambito, anche se non credo che tali informazioni abbiano un qualche significato storico, ricordo alcune curiosità che mi fanno ancora sorridere.

Mio padre raccontava che quando andarono a prendere i ragazzi americani per trasferirli dalla

campagna al centro del paese, per passare i posti di blocco usarono l’auto del comandante tedesco (presumibilmente contrassegnata dai simboli del Reich). Quando Robert, Jack e Arthur videro  l’auto, credendo di essere stati traditi si lanciarono attraverso i campi in una fuga disperata

e furono “riacciuffati” dai nostri con grande fatica, dopo aver sudato sette camicie.

Soprattutto Robert, campione di football, dotato di un fisico atletico (è alto quasi 1,90 mt.) ed

allenato a correre, era imprendibile.

Robert si ricordava ancora del terrore e di aver gridato “traditori” ai ragazzi partigiani.

Raccontava anche che, durante un rastrellamento dei tedeschi che li cercavano, era stato nascosto dai contadini, pochi giorni prima di entrare nella sicura casa Ugolini, insieme a Jack e Arthur, dentro ai tini del vino, e di essere stato recuperato poco tempo dopo, quasi svenuto dai gas sprigionati, di aver rischiato ancora una volta di morire. L’unico libro in inglese che avevano avuto a loro disposizione durante la forzata prigionia era “La capanna dello zio Tom”, recuperato chissà dove, che avevano riletto varie volte, fino alla nausea. Robert aveva imparato alcune parole in dialetto asolano. Due di queste le ricordava sorprendentemente ancora e gli erano tornate alla mente quando eravamo stati a trovarli (nel 74). Se ne era uscito così, usando a proposito le parole “scragna” (sedia) e “stupì” (capelli/stoppini), facendoci ridere parecchio.

Mio padre non era di origine asolana, era toscano, orfano di padre, si era trasferito qui con la madre ed il fratello più grande di lui che aveva trovato lavoro ad Asola. All’epoca del trasferimento aveva circa 14 anni perché fece le superiori a Brescia, come pendolare. Era una persona molto intelligente, ma non solo, era amante della libertà, della giustizia, era dotato di un grande senso critico e di modernità sempre, anche quando aveva passato i settant’anni. Chiamarlo partigiano è riduttivo, lui era sopra le parti, non era una questione di schieramento politico ma di indipendenza, valore delle idee, patria, onore, libertà e pace. Quando i tedeschi fuggirono si adoperò perché nessuna violenza

fosse commessa nei confronti dei vinti e non sbandierò mai le sue azioni, soprattutto quando appena finita la guerra, mi raccontò, avrebbe potuto essere vantaggioso, anzi cercò sempre di minimizzare.

Era stato molto coraggioso, quando il coraggio poteva costarti la vita, e aveva solo 20 anni…anche Robert aveva 20 anni, proveniva da un mondo diverso, ma credo che fossero molto simili, si sono sempre stimati molto e si volevano bene, c’era anche grande simpatia e parecchie risate fra di loro, che ci coinvolgevano tutti.

E’ stata una grande avventura e una bella amicizia che le nostre famiglie hanno vissuto di riflesso con loro. Robert gli ha detto mille volte di essergli grato per avergli salvato la vita, e adesso che mio padre non c’è più, lo dice a me, anche quest’anno nell’ultima lettera. Mio padre questa frase faceva finta di non sentirla, e penso che ci abbia voluto sempre far capire che per lui è stato naturale e istintivo, doveroso, comportarsi come ha fatto.

Robert mi ha scritto, come tutti i Natali, anche quest’anno. Lamenta di avere qualche acciacco, ma dalle foto lui e Ann sembrano in ottima forma. Vivono ad Ann Harbor, in un residence vicino alla figlia Betsy, che ha due bambini, loro ultimogenita, mia coetanea ed amica.

Invio due fotografie che avevo portato in studio da tempo per spedirgliele. In una Robert e mio padre sono con le rispettive consorti.

Saluti                                                                                                                        Ambra Comucci

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 NELLE FOTO ALDO COMUCCI, ROBERT CHAPPUIS E CONSORTI

  (gentile concessione Famiglia Comucci)                                                                                                                    

                 

 

 

TESTIMONIANZA RILASCIATA DA ALFREDO GHISINI, EX PARTIGIANO, NEL MARZO 2001

 

Ricordo bene del giorno in cui precipitò l’aereo americano; mi trovavo sulla strada che congiunge Canneto con Acquanegra, in località Bizzolano. Era una mattina piuttosto nebbiosa, l’aereo proveniva da Cremona, è passato sull’abitato di Canneto a pochissima altezza, un centinaio di metri,

e si sentiva benissimo che aveva dei problemi ai motori e che non era in grado di continuare a volare. Era appena stato abbandonato dall’equipaggio, ricordo che uno degli aviatori venne tenuto nascosto dagli abitanti della Cascina Fornace di Acquanegra fino al 25 aprile 1945.

L’aereo mi è passato sopra la testa ed è precipitato a circa 400 metri dal punto in cui mi trovavo, quindi incuriosito sono corso assieme ad altre persone in direzione del punto di caduta dell’aereo.

Il bimotore americano nel precipitare ha spazzato via un arginetto di mezza piena alto circa 3 metri per 2 di spessore che era a protezione di un campo coltivato, infatti a poca distanza da dove si è fracassato l’aereo c’è il fiume Chiese. Nell’impatto contro l’argine i motori sono saltati via e sono volati sui lati a 80-100 metri dall’aereo che non era esploso ma aveva un incendio a bordo e bruciava lentamente, di tanto in tanto scoppiava una pallottola dai nastri di mitragliatrice.

Qualcuno nel frattempo cercava di smontare una mitragliatrice, che cosa se ne sarebbe fatto poi,

un abitante di Acquanegra, incurante dell’acqua gelida ha attraversato a piedi il fiume Chiese,

il cui livello in quel periodo era di circa 1 metro, è entrato all’interno dell’aereo, ha fatto un fascio delle pedane in gomma che dovevano essere pesantissime e, senza dire nemmeno una parola ha riattraversato il fiume.

Io avevo trovato una confezione di biscotti  e l’avevo aperta con l’intenzione di mangiarli quando sono arrivati sul posto con una camionetta alcuni uomini delle brigate nere, a quel punto ho capito che non era più aria e che era giunto il momento di andarsene, per evitare inutili guai.

Le brigate nere sono giunte sul posto dopo circa 45 minuti che l’aereo era precipitato.

 

 

 

NORTH AMERICAN B-25 MITCHELL

 

SCHEDA TECNICA (B-25 J)

APPARATO PROPULSORE: due Wright R-2600-29 Double Cyclone, 14 cilindri doppio stellare da 1850 hp.

DIMENSIONI: lunghezza 16,13 m; altezza 4,80 m; apertura alare 20,60 m.

PESI: a vuoto 9579 kg; a pieno carico 15.876 kg.

PRESTAZIONI: velocità massima 443 km/h; quota massima operativa 7320 m; autonomia 2413 km.

ARMAMENTO: (muso trasparente) cinque o sei mitragliatrici rivolte in avanti da 12,7 mm,

due mitragliatrici da 12,7 mm sia nella torretta superiore sia in quella di coda, tre mitragliatrici brandeggiabili da 12,7 mm; 1816 kg di bombe all’interno.

 

 

  

 

 

        

 

 

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