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IL
B-25 DI ACQUANEGRA

All’alba del 13
febbraio 1945, nella loro base di Alesan in Corsica, 24 bombardieri
bimotori americani B-25 vengono
preparati per l’ennesima missione di bombardamento. Gli aerei sono
controllati, riforniti di carburante, di nastri di mitragliatrice e
vengono caricate 6 bombe da 500 libbre per ogni aereo.
L’obiettivo quel giorno
è il passo del Brennero, importante via di comunicazione per i
tedeschi attraverso il quale transitano rifornimenti di uomini ed
equipaggiamenti diretti verso il fronte.
Il passo è fortemente
difeso da cannoni antiaerei pesanti e leggeri, inoltre operano nella
valle del Po alcune batterie mobili con cannoni da 88mm. che si
spostano in continuazione lungo la rotta degli aerei, tendendo
pericolosi agguati alle formazioni di bombardieri alleati dove meno
è attesa una loro opposizione. Gli equipaggi sanno
bene quanto sia insidioso avventurarsi in quella zona, molti aerei non
sono tornati alla base nelle missioni precenti.
Inoltre c’era il
pericolo di incontrare i caccia nemici del 2° Gruppo Caccia A.N.R.
equipaggiati con aerei Messerschmitt
Bf.109 che operando da vari aeroporti del Veneto e Lombardia
negli ultimi mesi si erano dimostrati avversari temibili, quindi per
ovviare al pericolo dei caccia, i bombardieri B-25 avrebbero avuto
una scorta di caccia monomotore P-47 che li avrebbero protetti
dall’alto.
Dopo il consueto briefing
gli equipaggi raggiungono i loro aerei e dopo i vari controlli agli
aerei
che tutto sia a posto, i
24 bimotori B-25 decollano da Alesan ed iniziano la lenta salita per
raggiungere la quota operativa di 8.000 metri.
Poco dopo vengono
affiancati dai caccia P-47 di scorta e questa vista è rassicurante
per gli equipaggi dei lenti bombardieri.
Il viaggio procede
tranquillo, man mano che si avanza la tensione aumenta, e sorvolato
il fiume Po
gli equipaggi sanno bene
che da quel momento in poi potrebbero essere fatti bersaglio della
contraerea o intercettati dai caccia.
Nella valle dell’Adige
vengono presi di mira dalla contraerea senza che essa procuri danni
alla formazione americana, quindi inizia la corsa di bombardamento
all’obiettivo, il temuto passo del Brennero dove i bombardieri
incontrano un micidiale fuoco contraereo ma nonostante tutto
riescono a sganciare con precisione ed efficacia le bombe sopra
l’obiettivo, le strade ferrate e le montagne soprastanti con
l’intento di causare frane, le quali cadendo sopra la linea
ferroviaria portano tonnellate di detriti e massi sulle rotaie,
interrompendola, il cui ripristino porta ad un duro e laborioso
lavoro.
Purtroppo uno dei
bombardieri, il B-25 del 340° Bomb Group, 486° Bomb Squadron,
soprannominato “Idiots Delight”
il 6W S/N 43-27505 pilotato dal Ten. Marshall W. Knighton
viene colpito dalla contraerea ad entrambi i motori e costretto ad
uscire dalla formazione, faticosamente tenuto in volo dal pilota e
dal co-pilota, Ten. Jerry C. Smith. Subito la situazione si presenta
critica, con entrambi i motori colpiti è impensabile tornare alla
base in Corsica, il pilota comunque decide di mantenere la rotta di
rientro e di proseguire fino a quando riuscirà a mantenere in volo
l’aereo e avvisa l’equipaggio di prepararsi ad abbandonare
l’aereo.
Alle ore 11,40,
all’altezza di Asola la situazione diventa insostenibile, per un
aviatore abbandonare il proprio aereo è l’ultima cosa che
vorrebbe fare, inoltre tutti sono consapevoli di essere sopra il
territorio nemico e che ad aspettarli ci saranno i tedeschi ed i
fascisti pronti a catturarli non appena toccheranno terra.
Il pilota Knighton dà
l’ordine di evacuazione e uno dopo l’altro i sei aviatori
americani si lanciano nel vuoto; tre di loro, Robert R. Chappuis,
Jack R. Long e Arthur A. Kropp scendono nei pressi di Sorbara mentre
gli altri tre, il pilota Marshall W. Knighton, il co-pilota Jerry C.
Smith e il bombardiere Elroy C. Roseburg prendono terra in una zona
compresa tra Fontanella Grazioli e Acquanegra.
Il bombardiere, privo di
controllo, compie una virata di 150° e, dopo aver sorvolato
l’abitato di Canneto sull’Oglio si schianta al suolo in località
Boschetti a poca distanza dal fiume Chiese, in territorio del Comune
di Acquanegra.
I tre aviatori scesi a
Sorbara vengono avvistati dai partigiani della 123^ Brigata
Garibaldi e dalle “Fiamme Verdi” di Asola e portati
provvisoriamente in una casa vicino a Sorbara dove incontrano il
capo partigiano Aldo Comucci; un quarto aviatore è catturato dai
tedeschi, gli altri due vengono salvati e nascosti dai partigiani di
Fontanella Grazioli e Acquanegra.
Nello stesso momento
pattuglie di brigate nere e di tedeschi rastrellano il terreno alla
ricerca degli aviatori americani, dopo aver trovato un paracadute
nelle vicinanze. Comucci, incurante di questi pericoli e dei paesani
che vengono a curiosare, porta gli aviatori in una casa già
“rastrellata” presso Sorbara e ritorna ad Asola per preparare
agli americani un rifugio più sicuro.
I tre di Sorbara sono
costretti a cambiare continuamente nascondiglio per sfuggire ai
rastrellamenti, sempre aiutati dai partigiani e soccorsi in ogni
modo dalle famiglie della campagna asolana, malgrado queste
conoscano la “disposizione del capo fascista della provincia di
Mantova, la quale impone ad ogni capo famiglia di dichiarare
pubblicamente il numero e le generalità di ciascuno gli abitanti
della sua casa, mediante apposito cartellino affisso sulla parete
esterna della porta d’ingresso”.
Durante la notte del 14,
alle ore 03,30, Aldo Comucci riesce a portarli a 5 chilometri dal
luogo primitivo in una casa dove restano dieci giorni. Nel frattempo
Comucci è riuscito a scoprire il quarto dei sei aviatori, il
co-pilota Smith, nascosto a Fontanella ed effettua il primo scambio
di corrispondenza tra lui e gli altri aviatori.
Poiché le brigate nere,
il giorno 24, rastrellano la zona in cui sono nascosti i tre, si
impose la necessità urgente di cercare un ennesimo rifugio, questa
volta assolutamente sicuro.
La scelta cadde sulla
casa del partigiano Ugolini Angelo, situata in via Torresano 30 ad
Asola, a poche decine di
metri dalla caserma G.N.R, rifugio dunque al di sopra di ogni
sospetto e sufficientemente sicuro, in quanto difficilmente i
tedeschi avrebbero orientato in quel quartiere le loro ricerche. Il
problema del trasferimento degli aviatori dalla campagna ad Asola fu
risolto usando la macchina del Comandante di presidio di Asola, cap.
Schultz, parcheggiata per riparazione nell’officina del patriota
Beschi Mario delle “Fiamme Verdi”. Beschi e Comucci, caricati
sull’auto i tre aviatori americani, li portano a “velocità
pazzesca” lungo i viottoli di campagna fino al paese e li fanno
scendere, alle ore 17 circa, all’officina Beschi, dove li accoglie
il sapista Nolli Erminio.
In mezzo a Comucci e
Nolli, gli americani, con rumorosa conversazione, attraversarono il
centro di Asola finchè giunsero a casa della famiglia Ugolini. Qui
ricevettero, fino al giorno della liberazione, ospitalità
spontanea, affettuosa e, soprattutto, sicura.
Anche gli
altri due aviatori nascosti nelle campagne di Fontanella Grazioli e
Acquanegra riuscirono a sfuggire alla cattura grazie ai partigiani
ed alle persone del luogo che si prodigarono in ogni modo
privandosi di quel poco che avevano e rischiando la loro vita per
mantenere segreti i nascondigli
degli americani.

TESTIMONIANZA
DI ROBERT R. CHAPPUIS, ADDETTO RADIO A BORDO DEL B-25.

Nel 1942 ero uno studente
del secondo anno all’Università del Michigan ed essendo giocatore
di football ebbi l’opportunità di entrare a far parte del Reparto
Militare Americano della riserva.
Venni chiamato in
servizio nel 1943 e ricevetti l’addestramento come addetto alle
radio trasmittenti dell’aeronautica, quindi aggregato ad un
equipaggio di bombardiere B-25 inviato sul teatro di guerra
italiano, ed assegnato al 340° Bomb Group con base operativa in
Corsica.
Quella del 13 febbraio 1944 era per me la 21^ missione, venni
aggregato ad un equipaggio che non era quello con cui volavo
abitualmente e partimmo di prima mattina con obiettivo il Passo del
Brennero. Fu sull’obiettivo che venimmo colpiti dalla contraerea
ad entrambi i motori e quando l’aereo divenne ingovernabile il
pilota Knighton diede l’ordine di abbandonare il nostro aereo.
Lanciatomi con il
paracadute, scesi in un campo coltivato di alberi da frutto, il
mitragliere della torretta dell’aereo, Jack R. Long toccò terra
ad una ventina di metri da me.
Sapevamo di essere in
territorio occupato dal nemico e che ci avrebbero cercati, quindi io
e Jack infagottammo frettolosamente i nostri paracadute e corremmo
verso un canale d’irrigazione, dove ci nascondemmo.
Eravamo accovacciati
dentro il canale respirando con affanno per la corsa e per il timore
di essere presi prigionieri dai tedeschi, quando un giovane in
bicicletta si fermò nelle vicinanze facendoci un segno di evviva.
Io e Jack interpretammo questo gesto come amichevole, e comunque non
avevamo molta scelta, eravamo braccati dai tedeschi e quindi
decidemmo di fidarci di lui.
Il ciclista ci portò in
una vicina casa colonica, dove pranzammo con pasta all’uovo e
fegato di maiale, poco dopo ci raggiunse un terzo membro
dell’equipaggio del nostro aereo, il mitragliere di coda Arthur
Kropp. In quella casa incontrammo il capo partigiano Aldo Comucci.
Egli aveva la nostra età e divenne la nostra guida e protettore per
i futuri tre mesi.
Aldo si prodigò in tutti
i modi, facendoci cambiare più volte nascondiglio, finchè non
riuscì a trovarci una sistemazione sicura ad Asola. Egli ci
sistemò in una casa rosa con tinta a stucco in via Torresano n°
30, che era l’abitazione della famiglia Ugolini, due porte più in
giù nella stessa via al
numero 35 c’era il
Comando tedesco.
Nonostante questa
opprimente vicinanza al nemico, la residenza dimostrò le sue virtù
come nascondiglio. Mamma Ugolini (non imparai mai il suo primo nome)
e le sue due figlie, Gina e Wally, erano sarte, così ci fu nella
divertente affluenza di traffico dentro e fuori dalla casa la
perfetta copertura per l’andare e venire di Comucci e dei suoi
partigiani.
Papà Ugolini lavorava al
mercato locale ed il cibo era abbondante.
Noi tre aviatori eravamo
sistemati in una stanza su dalle scale e dormivamo uno contro
l’altro su due letti in lamiera uniti. In tali precarie
condizioni, noia e stanchezza pesavano oppressivamente su di noi.
Quella stanza divenne ad un tempo rifugio e prigione, la guerra, per
quanto noi sapevamo poteva durare ancora anni.
La prova di questa severa reclusione fu allietata
una volta soltanto, la sera di Pasqua, quando vestiti come
contadini, ad eccezione delle nostre scarpe militari, noi tre fummo
portati dagli Ugolini a passeggio per le vie di Asola. Là, nei male
adattati abiti e con un indiscreto camminare, passeggiammo per le
strette acciottolate vie per un’ora, con Mamma Ugolini che adottò
un curioso “sistema di chiacchierare”: se un tedesco doveva
passare, lei dava una stretta improvvisa al mio braccio ed
affettuosamente mi chiamava Roberto, come se io fossi un membro
della famiglia.
R.
CHAPPUIS, IN CENTRO ALLA FOTO CON LA FAMIGLIA UGOLINI
Qualche giorno dopo si
verificò un momento di forte apprensione. Una sera, quando a noi
tre fu servito il pasto, il fidanzato della figlia Gina, un fascista
del luogo, ci scoprì con una non annunciata visita alla stanza di
sopra. Egli chiese a Gina: chi sono questi uomini? Ed ella disse a
lui la verità, che eravamo aviatori americani di un aereo
precipitato. Lui sostenne che non aveva altra scelta se non quella
di denunciare la nostra presenza alle autorità. Gina gli rispose:
va avanti, saranno presi prigionieri, ma la mia famiglia ed io
saremo fucilati, va avanti, denunciaci tutti se è questo che vuoi.
Fortunatamente il fascista desistette dai suoi propositi e non
ritornò più sull’argomento, la cosa non ebbe seguito.
Una notte di aprile
Comucci entrò trionfante in casa Ugolini ed annunciò: la città è
nostra, le truppe alleate sono soltanto a pochi chilometri da qui e
i nostri gruppi di partigiani hanno già cacciato da Asola i
tedeschi e i fascisti. Danzeremo tutta la notte!
Così fecero.
Improvvisamente noi tre eravamo diventati degli eroi. Prima di
quella notte soltanto circa sette persone dell’intero paese
sapevano che eravamo nascosti là. Mi avevano innalzato, come una
bandiera americana, sul campanile della chiesa.
Solo quando le truppe
alleate entrarono ad Asola potei finalmente informare la mia
famiglia a Toledo che ero vivo. Feci ritorno sul campo da gioco del
Michigan nell’ultimo semestre del 1946, ma non ero certo pronto al
gioco tanto meno a quello del football, ero fuori allenamento in
considerazione dei tre mesi di segregazione ed avevo da recuperare
diversi chili persi, ma lentamente e con costante allenamento tornai
a ritrovare la forma di un tempo ed a giocare con successo nella
squadra del Michigan.

ROBERT
CHAPPUIS SULLA COPERTINA DI “TIME
LETTERA
DI AMBRA COMUCCI A CLAUDIO MISCHI, INVIATA IL 10 02 2006
Gent.mo Sig. Mischi,
ho letto il suo articolo
e lo ritengo aderente ai fatti, per quanto mi è dato conoscere, in
relazione
ai racconti incrociati
resi da mio padre e da Robert, anche in momenti diversi, ai quali
ero sempre presente perché fungevo loro da interprete.
Le uniche cose da
aggiungere, di cui sono a conoscenza riguardano momenti o stati
d’animo vissuti insieme da Robert e da mio padre allora, e la loro
grande amicizia, ma non dati tecnici o storici.
In quest’ambito, anche
se non credo che tali informazioni abbiano un qualche significato
storico, ricordo alcune curiosità che mi fanno ancora sorridere.
Mio padre raccontava che
quando andarono a prendere i ragazzi americani per trasferirli dalla
campagna al centro del
paese, per passare i posti di blocco usarono l’auto del comandante
tedesco (presumibilmente contrassegnata dai simboli del Reich).
Quando Robert, Jack e Arthur videro
l’auto, credendo di essere stati traditi si lanciarono
attraverso i campi in una fuga disperata
e furono
“riacciuffati” dai nostri con grande fatica, dopo aver sudato
sette camicie.
Soprattutto Robert,
campione di football, dotato di un fisico atletico (è alto quasi
1,90 mt.) ed
allenato a correre, era
imprendibile.
Robert si ricordava
ancora del terrore e di aver gridato “traditori” ai ragazzi
partigiani.
Raccontava anche che,
durante un rastrellamento dei tedeschi che li cercavano, era stato
nascosto dai contadini, pochi giorni prima di entrare nella sicura
casa Ugolini, insieme a Jack e Arthur, dentro ai tini del vino, e di
essere stato recuperato poco tempo dopo, quasi svenuto dai gas
sprigionati, di aver rischiato ancora una volta di morire. L’unico
libro in inglese che avevano avuto a loro disposizione durante la
forzata prigionia era “La capanna dello zio Tom”, recuperato
chissà dove, che avevano riletto varie volte, fino alla nausea.
Robert aveva imparato alcune parole in dialetto asolano. Due di
queste le ricordava sorprendentemente ancora e gli erano tornate
alla mente quando eravamo stati a trovarli (nel 74). Se ne era
uscito così, usando a proposito le parole “scragna” (sedia) e
“stupì” (capelli/stoppini), facendoci ridere parecchio.
Mio padre non era di
origine asolana, era toscano, orfano di padre, si era trasferito qui
con la madre ed il fratello più grande di lui che aveva trovato
lavoro ad Asola. All’epoca del trasferimento aveva circa 14 anni
perché fece le superiori a Brescia, come pendolare. Era una persona
molto intelligente, ma non solo, era amante della libertà, della
giustizia, era dotato di un grande senso critico e di modernità
sempre, anche quando aveva passato i settant’anni. Chiamarlo
partigiano è riduttivo, lui era sopra le parti, non era una
questione di schieramento politico ma di indipendenza, valore delle
idee, patria, onore, libertà e pace. Quando i tedeschi fuggirono si
adoperò perché nessuna violenza
fosse commessa nei
confronti dei vinti e non sbandierò mai le sue azioni, soprattutto
quando appena finita la guerra, mi raccontò, avrebbe potuto essere
vantaggioso, anzi cercò sempre di minimizzare.
Era stato molto
coraggioso, quando il coraggio poteva costarti la vita, e aveva solo
20 anni…anche Robert aveva 20 anni, proveniva da un mondo diverso,
ma credo che fossero molto simili, si sono sempre stimati molto e si
volevano bene, c’era anche grande simpatia e parecchie risate fra
di loro, che ci coinvolgevano tutti.
E’ stata una grande
avventura e una bella amicizia che le nostre famiglie hanno vissuto
di riflesso con loro. Robert gli ha detto mille volte di essergli
grato per avergli salvato la vita, e adesso che mio padre non c’è
più, lo dice a me, anche quest’anno nell’ultima lettera. Mio
padre questa frase faceva finta di non sentirla, e penso che ci
abbia voluto sempre far capire che per lui è stato naturale e
istintivo, doveroso, comportarsi come ha fatto.
Robert mi ha scritto,
come tutti i Natali, anche quest’anno. Lamenta di avere qualche
acciacco, ma dalle foto lui e Ann sembrano in ottima forma. Vivono
ad Ann Harbor, in un residence vicino alla figlia Betsy, che ha due
bambini, loro ultimogenita, mia coetanea ed amica.
Invio due fotografie che
avevo portato in studio da tempo per spedirgliele. In una Robert e
mio padre sono con le rispettive consorti.
Saluti
Ambra Comucci

NELLE
FOTO ALDO COMUCCI, ROBERT CHAPPUIS E CONSORTI
(gentile concessione Famiglia Comucci)
TESTIMONIANZA
RILASCIATA DA ALFREDO GHISINI, EX PARTIGIANO, NEL MARZO 2001
Ricordo bene del giorno
in cui precipitò l’aereo americano; mi trovavo sulla strada che
congiunge Canneto con Acquanegra, in località Bizzolano. Era una
mattina piuttosto nebbiosa, l’aereo proveniva da Cremona, è
passato sull’abitato di Canneto a pochissima altezza, un centinaio
di metri,
e si sentiva benissimo
che aveva dei problemi ai motori e che non era in grado di
continuare a volare. Era appena stato abbandonato dall’equipaggio,
ricordo che uno degli aviatori venne tenuto nascosto dagli abitanti
della Cascina Fornace di Acquanegra fino al 25 aprile 1945.
L’aereo mi è passato
sopra la testa ed è precipitato a circa 400 metri dal punto in cui
mi trovavo, quindi incuriosito sono corso assieme ad altre persone
in direzione del punto di caduta dell’aereo.
Il bimotore americano nel
precipitare ha spazzato via un arginetto di mezza piena alto circa 3
metri per 2 di spessore che era a protezione di un campo coltivato,
infatti a poca distanza da dove si è fracassato l’aereo c’è il
fiume Chiese. Nell’impatto contro l’argine i motori sono saltati
via e sono volati sui lati a 80-100 metri dall’aereo che non era
esploso ma aveva un incendio a bordo e bruciava lentamente, di tanto
in tanto scoppiava una pallottola dai nastri di mitragliatrice.
Qualcuno nel frattempo
cercava di smontare una mitragliatrice, che cosa se ne sarebbe fatto
poi,
un abitante di Acquanegra,
incurante dell’acqua gelida ha attraversato a piedi il fiume
Chiese,
il cui livello in quel
periodo era di circa 1 metro, è entrato all’interno dell’aereo,
ha fatto un fascio delle pedane in gomma che dovevano essere
pesantissime e, senza dire nemmeno una parola ha riattraversato il
fiume.
Io avevo trovato una
confezione di biscotti e
l’avevo aperta con l’intenzione di mangiarli quando sono
arrivati sul posto con una camionetta alcuni uomini delle brigate
nere, a quel punto ho capito che non era più aria e che era giunto
il momento di andarsene, per evitare inutili guai.
Le brigate nere sono
giunte sul posto dopo circa 45 minuti che l’aereo era precipitato.

NORTH
AMERICAN B-25 MITCHELL
SCHEDA TECNICA (B-25 J)
APPARATO PROPULSORE: due
Wright R-2600-29 Double Cyclone, 14 cilindri doppio stellare da 1850
hp.
DIMENSIONI: lunghezza
16,13 m; altezza 4,80 m; apertura alare 20,60 m.
PESI: a vuoto 9579 kg; a
pieno carico 15.876 kg.
PRESTAZIONI: velocità
massima 443 km/h; quota massima operativa 7320 m; autonomia 2413 km.
ARMAMENTO: (muso
trasparente) cinque o sei mitragliatrici rivolte in avanti da 12,7
mm,
due mitragliatrici da
12,7 mm sia nella torretta superiore sia in quella di coda, tre
mitragliatrici brandeggiabili da 12,7 mm; 1816 kg di bombe
all’interno.

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