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Emma
Minuti, classe 1934, è una delle persone che il 14 maggio 1944
rimasero ferite in seguito al bombardamento di San Daniele Po.
La signora
Emma che con grande disponibilità ha accettato di offrire la sua
testimonianza , ancora oggi porta in un piede i segni evidenti delle
pesanti ferite riportate
sessanta anni fa, quando di anni ne aveva appena 10.
Quel giorno
oltre a lei rimase gravemente ferita la sorella Lina (scomparsa da
alcuni anni) mentre perse la vita la nonna Caterina Poli, tutto si
verificò intorno a mezzogiorno.
“Era una
domenica ed io di buon
ora ero stata a messa con mia nonna, in cielo si vedevano passare
diverse formazioni ma ormai ci eravamo abituati e quindi non ci
facevano paura.
Ricordo che
quella mattina però di aerei ce n'erano di più; passavano tutti in
fila, a gruppi e naturalmente attiravano l'attenzione anche se
appunto
non facevano paura.
Io mi
trovavo con la nonna nell'orto quando ad un certo punto è iniziata
una pioggia di bombe,
ancora oggi
non capisco i motivi di una cosa del genere.
Si dice che
un bombardiere fosse in difficoltà e che per questo aveva sganciato
le bombe, ma è soltanto una voce di popolo e la cosa resta pertanto
avvolta nel mistero. lo venni colpita ad un piede; una scheggia piuttosto grossa mi perforò la
caviglia, distruggendo l'osso e i tendini.
Mia sorella
Lina, che si trovava ad un centinaio di metri da me, invece
venne colpita al petto. Io spiega la donna d'istinto corsi
verso casa saltellando, col piede penzoloni, spostando con le mani i
cavi dell'elettricità che erano stati tranciati dalla bomba che era
caduta in strada.
Purtroppo
invece per mia nonna Caterina non ci fu nulla da fare.
Una delle
prime ad essere soccorsa fu mia sorella Li che appunto era stata
colpita al petto ed
era già
data per spacciata, tanto che era stato gia chiamato anche il
parroco Don Libero.
Mia sorella
aveva 21 anni e riuscì alla fine a guarire grazie ad una suora che
la seguì molto nell'ospedale di Cremona”.
E nello
stesso ospedale finì anche lei, Emma Minuti con un piede
martoriato.
“ Noi -
spiega -eravamo i primi feriti della provincia. Quella mattina il
primo ad occuparsi di me fu il dottor Lambri, il medico, condotto
del paese, che ebbe davvero tantissimo lavoro.
Il male che
avevo al piede ve lo lascio immaginare; ricordo che mi avevano messo
un laccio per tamponare il sangue ma io lo avevo allentato e così
persi parecchio sangue, tant' è che a mezzanotte ricevetti
l'estrema unzione. Riuscii a salvarmi grazie alla trasfusione
diretta eseguita da un giovane medico militare e alle attenzioni che
mi vennero riservate da una suora e da un'ostetrica.
Per diverso
tempo- dice ancora - mi fu impossibile camminare ed anche in luglio,
quando tornai a casa a San Daniele non riuscivo a reggermi in piedi.
Tornai a camminare molto più avanti” .
Oggi
all'altezza della caviglia destra le è rimasta una cicatrice molto
evidente ed all'interno vi è ancora conficcato un frammento di
quella scheggia che nessuno ha mai potuto togliere a causa della
complessità e della delicatezza del tipo di ferita riportato.
“
Fa ancora male - ammette -ed a volte non riesco a reggermi in piedi,
specialmente in questi ultimi
anni,
con l'avanzare dell'età, sono peggiorata” .
La
lesione riportata ha praticamente inciso su tutta la sua
esistenza; a tutt'oggi cammina con
una apposita
scarpa e, per lo meno, percepisce una modesta pensione di invalidità.
Il ricordo
di quel 14-maggio 1944 e indelebilmente fissato nella sua memoria.
“Fu un
giorno drammatico - dice con poche parole che racchiudono tutto - e
se sono riuscita ad andare avanti è stato grazie mia fede che mi ha
aiutata parecchio” .
Emma
Minuti
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