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L’aviatore
disperso.
Il
18 luglio 2010 ci siamo recati in via Boffalora, alla periferia sud
di Milano, per cercare le tracce di un bombardiere Avro Lancaster,
precipitato nella zona nella notte fra il 14 e il 15 febbraio 1943
e, in particolare, per cercare il corpo di uno degli aviatori, l’ufficiale
Nicholson, disperso in quella notte e mai ritrovato.
La
ricerca ha dato, purtroppo, un risultato negativo, ma ha fornito l’occasione
per riportare alla luce un aspetto minore della guerra, pieno di
risvolti di quella storia fatta dagli che non avevano posti di
comando o di importanza storica, ma che sono quelli che con la loro
vita o la loro morte hanno segnato il corso ella vita di tutti: per
questi ricordi devo ringraziare il sergente James Thornton Duffield,
uno dei sopravvissuti a quell’incidente aereo, ma vediamo di fare
la storia con ordine.
L’Italia nel febbraio 1943 sapeva già di avere perso la
guerra. L’esercito dell’Asse si era ritirato in Tunisia, dove
stava per esser sconfitto, e stava arretrando su tutto il fronte
russo. Il Bomber Command aveva raggiunto un livello di preparazione
notevole e aveva cominciato la metodica distruzione delle città
tedesche.
Fra
gli obiettivi di questa fase della guerra fu inserita la città di
Milano, trascurata dall’ottobre precedente e, secondo i canoni del
Bomber Command, non ancora sottoposta ad un vero area
bombing. Dopo la scarsa
efficacia dimostrata dalla Dicat durante gli attacchi dell’ottobre
1942, erano arrivati in Italia, e quindi anche a Milano, alcuni
reggimenti della Flak tedesca; anche la 5a legione Dicat, comunque,
aveva subito una riorganizzazione e si era sdoppiata creando la 25a
legione.
La
sera del 14 febbraio partirono da basi inglesi 142 Lancaster che
cominciarono la traversata della Francia per raggiungere l’obiettivo,
Milano; quattro aerei dovevano staccarsi dal gruppo ed eseguire un
bombardamento diversivo su
La Spezia.
Le
prime segnalazioni dell’ondata di attacco arrivarono da Troyes in
Francia, alle 20,50; seguirono successivi allarmi da Auxerre, Nevers,
Besançon, Digione e poi Lione alle 21,58.
I
primi aerei sul territorio italiano furono segnalati a Valdigna alle
21,55 e poi, in rapida successione, lungo tutta
la Valle
d’Aosta: Aosta, Bard e poi Grignasco, Saluggia e Biella.
Il
preallarme a Milano scattò alle 21,30 e il grande allarme alle
22,06; le prime bombe cominciarono a martellare la città alle 22,34
e continuarono per un’ora. I primi allontanamenti dal territorio
nazionale furono segnalati alle 22,49 e gli ultimi alle 0,25, l’attacco
era finito lasciandosi dietro le rovine.
Gli
aerei arrivarono sulla Lombardia da ovest, a nord di Milano,
effettuarono poi una virata verso sudovest e on questa direzione
iniziarono l’attacco. I testimoni ricordano la presenza di
numerosi razzi rossi, ma si trattava di bengala lanciati dai pathfinder
che tracciavano la rotta dal Lago Maggiore in poi.
Le
bombe colpirono anche i collegamenti fra le batterie e fu inoltre
danneggiata la sede del comando della 25a legione Dicat. Furono pure
colpite in pieno due batterie della Flak e morirono 9 tedeschi e 4
ucraini, questi ultimi prigionieri di guerra passati a collaborare
con l’esercito tedesco.
Per
la precisione si trattava dei seguenti soldati: Sergente Karl Klindt,
sergente Werner Dachs, caporal maggiore Albert Wilf, caporale Karl
Weiler, caporal maggiore Albert Espeschied, caporal maggiore Sava
Fried, caporal maggiore Jacob Kadel, caporal maggiore Joseph
Wendling, soldato ucraino Lasaf Esseloiskij, soldato ucraino Andrej
Vetrow, soldato ucraino Stepan Gairilow, soldato ucraino Semjon
Techornyi.
Vediamo
cosa accadeva in cielo durante l’attacco. I 138 bombardieri
(quantificati dagli osservatori italiani in soli 36!) avanzavano
scaglionati in gruppi, cominciando a prendere la mira all’altezza
di Greco per coprire poi un’area che attraversava tutto il centro
della città.
La
quota d’attacco era estremamente variabile, da
1.000 a
6.000 metri
, ma il puntamento era favorito da un’atmosfera eccezionalmente
tersa. Gli aerei, dopo lo sgancio delle bombe prendevano una rotta
verso sud, per poi virare di 180° e puntare verso l’Inghilterra.
Uno
dei due Lancaster persi durante la missione, il W 4362 del 103°
Squadron, precipitò in questa fase ma lascio la parola a Duffield.
Le
memorie di Duffield.
Il 13 febbraio 1943 partimmo per bombardare
Lorient, un porto francese sulla costa atlantica della Bretagna, una
delle principali basi dei sommergibili tedeschi. L’attacco avvenne
in due ondate, a mezz’ora di distanza e noi facevamo parte della
seconda. Quando arrivammo su Lorient il fuoco contraerei era quasi
nullo, sembra che la prima ondata l’avesse sopraffatto. La nostra
corsa di lancio fu come un esercitazione, ma mancammo il bersaglio e
le nostre caddero tutte impietosamente in acqua. Avevamo un nuovo
puntatore, il sergente Gordon Rusling. Non si può dire che sia
stata colpa sua, il bombardamento in tempo di guerra non era una
scienza esatta, forse pensava di essere ancora in esercitazioni del
tempo di pace.
La notte successiva, giorno di San Valentino, partimmo per bombardare
Milano, una città dell’Italia settentrionale. La rotta ci portò
sopra
la Francia
e poi, attraverso le Alpi, in
Italia. Non appena attraversate, vedemmo i fuochi sulle rive del
Lago Maggiore, accesi dai bengala come marcatori della rotta verso
Milano. Come ci avvicinammo al bersaglio potemmo vedere altri
marcatori, forse sulla fabbrica Fiat. Ci portammo sulla corsa di
lancio e io mi recai nel vano bombe. Mentre lasciavo il navigatore
Alec Burton, questi mi disse “ricordati il paracadute”, così lo
presi con me: era la prima volta che lo facevo. Le bombe furono
sganciate e cominciammo a fare le fotografie, poi effettuammo una
virata e mentre la facevamo sentimmo un enorme frastuono come un
colpo d’ariete. In effetti stavamo volando nella scia di bombe in
caduta di un altro aereo ad una quota più alta di noi. I rilievi
sono due: non avrebbe dovuto essere ad una quota più alta e poi
eravamo già lontani dal bersaglio e non avrebbe dovuto sganciare.
Tutti i motori si fermarono
e l’aereo divenne incontrollabile; sentii il pilota, il
capitano Powdrell, dire “ci è toccata ragazzi, fuori tutti”. Non
esitai, infilai il paracadute e con qualche difficoltà mi feci
strada versa l’uscita posteriore. Potevo vedere segni di gravi
danni alla torretta posteriore; Taff Davies, il nostro mitragliere
di coda non occupava la postazione quella notte, era raffreddato e l’avevo
persuaso a non partecipare quella sera, la sostituzione era il
sergente Nolan, che non sopravvisse. Arrivai alla porta posteriore,
ma non riuscii ad aprirla, l’aereo era sempre più instabile ed
era difficile restare in piedi. Disperato mi attaccai al vano bombe,
dopo un breve istante l’aereo si mise orizzontale e io vidi il
portellone aperto, non so chi avesse fatto ciò. Come mi avvicinai
al portellone vidi il mitragliere della torre superiore che si
muoveva nella stessa direzione, era appena davanti a me e quando lo
raggiunsi mi ondeggiò danti, mi lanciai, contai fino a tre
e tirai il cordino del paracadute, provai una grande
sofferenza e la mia bardatura malmessa schiacciò il mio inguine,
era una lenta agonia.
Eravamo a
11.000 piedi
quando fummo colpiti ed
eravamo fra i 2.000/3.000 quando mi lanciai. Il dolore pian piano si
calmò e mi accorsi che i miei scarponi si erano sfilati al momento
dell’apertura del paracadute. Vidi che ero in uno spazio aperto,
ben lontano da Milano che era ancora sotto attacco, potei vedere dei
traccianti rivolti verso di me, ero un bersaglio. Non c’era niente
da fare, per fortuna un bersaglio che dondola in discesa non è
facile da colpire. Potevo vedere il suolo che si avvicinava, mi
rannicchiai e colpii il terreno con le ginocchia, era come cadere
all’indietro da un veicolo in movimento.
Ero arrivato in Italia, con un futuro incerto.
Quattro di noi erano morti.
Era
morto lo squadron leader Walter Harry Powdrell, un neozelandese, che
era anche squadron Flight Commander, Joseph George Nolan, il
mitragliere di coda (il fratello Maurice era squadron leader nella
Raf e morì nel 1944), Denis Young era un mitragliere e aveva un
fratello gemello che morì l’anno dopo. Il neozelandese Flying
officer C.E. Nicholson era il
radio operatore, era l’unico sposato ed é anche l’unico il cui
corpo non fu mai trovato. Sopravvissuti, oltre a James William
Thornton Duffield, furono il navigatore Alec J. Burton e A. Gordon
Rusling, il puntatore.
Per
tornare a Duffield, fu infine catturato presso Abbiategrasso e
portato al Comando Aeronautica di Piazza Balbo (oggi Piazza Novelli)
a Milano e qui incontrò un altro aviatore inglese, un certo Moffatt,
protagonista di una strana avventura: l’aereo su cui si trovava
era stato attaccato da un Fiat CR 42 della caccia notturna, pilotato
dal tenente Cesare Balli, della 232a squadriglia del 59° gruppo. Il
cacciatore italiano era riuscito a colpire il Lancaster, ma era
stato a sua volta danneggiato e dato per abbattuto dagli inglesi. Il
Lancaster intanto, con un motore in fiamme, sembrava sul punto di
precipitare e Moffatt, preso dal terrore, si buttò con il
paracadute e fu poi catturato, ma il pilota del Lancaster riuscì a
far riprendere quota all’aereo:
nell’aria rarefatta le fiamme si spensero per soffocamento e il
Lancaster riuscì a tornare alla base. Moffatt fu però fortunato:
in una missione successiva i suoi compagni caddero in fase di
decollo e morirono tutti. Al tenente Balli fu in seguito
riconosciuto l’abbattimento dell’aereo, anche se questo non
avvenne.
Per
quanto riguarda altri Lancaster,
la Dicat
rivendicò l’abbattimento di un altro aereo, visto precipitare fra
Marcallo e Inveruno, ma non se ne sono trovate tracce, è probabile
quindi che si sia trattato di un errore degli osservatori durante l’attacco.
Un
altro aereo precipitò per avaria durante il sorvolo della Francia e
anche in questo caso avvenne un fatto curioso: si salvarono con il
paracadute solo il pilota Whyte e il navigatore che era la suo
fianco, gli altri cinque aviatori non si lanciarono e morirono
tutti.
Per
tornare a terra, i danni a Milano furono notevoli: i morti accertati
furono 133 e i feriti 442, furono catturati due aviatori inglesi
a Buscate e Abbiategrasso (appunto Moffatt e Duffield) e
altri due un provincia di Pavia (Burton e Rusling). Il 17 febbraio
1943 furono sepolti a Musocco, con gli onori resi dai militi della
5a e della 25a legione Dicat, 3 aviatori inglesi, 9 soldati tedeschi
e 4 soldati ucraini. I milanesi morti furono inumati nei giorni
successivi nei vari cimiteri cittadini.
Le
case interamente distrutte furono 203, molto distrutte 220, con
danni gravi 376, con danni minori 580 e con danni lievi 2.784.
Furono anche colpite molte industrie e dopo quella data iniziò il
decentramento della produzione bellica in stabilimenti adattati in
tutta l’Alta Italia, fra cui le gallerie sul Lago di Garda.
Il
Mulino della Polvere.
L’aereo
del comandante Powdrell si schiantò al suolo nella zona del Mulino
della Polvere, un complesso di campi a sud di Milano, presso il
Lambretto, o Lambro Meridionale.
La
mattina del 15 febbraio intervennero le squadre dell’Unpa che
recuperarono i corpi di Powdrell, Nolan e Young, al momento
parzialmente identificato, le parti dell’aereo che erano rimaste
sul suolo e poi l’avvenimento fu dimenticato.
Nel
dopoguerra i corpi dei tre aviatori furono riesumati da Musocco e
portai al cimitero militare di Trenno a cura della Commonwealth War
Graves Commission.
Nel
1990/91 furono eseguiti dei lavori nella zona per il deposito della
Metropolitana 2; durante la bonifica del terreno per la ricerca di
eventuali residuati bellici fu ritrovato una parte di motore Rolls
Royce appartenente al Lancaster di Powdrell.
Un
altro motore pare che si nel Lambretto, ma Nicholson dove è?
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