di Achille Rastelli

 

Milano 14 Febbraio 43

Vittime: 133
Feriti:  442


Abitazioni private:
Furono colpite in particolar modo le zone di Corso Roma,

 vicinanzeArena, Piazzale Loreto, Sant'Ambrogio.
203 abitazioni interamente distrutte, 220 distrutte, 376 gravemente danneggiate,
580 danneggiate, 2784 leggermente danneggiate

(Tot 4163);

altre 6197 case ebbero i vetri infranti.
Le zone più colpite furono Porta Romana e Farini.


Fabbriche:
Alfa Romeo, Caproni, Isotta Fraschini, Centenari e Zinelli subirono danni ingenti, così come la Manifatura Tabacchi.
Comunicazioni:
Scalo Farini, Porta Genova, deposito tram di via Messina, deposito autobus di Corso Sempione.


Edifici Pubblici:
Macello, Mercato ortofrutticolo, Ospedale Maggiore, Credito italiano di Piazzale Loreto,

Istituto Feltrinelli, una scuola.

In seguito a questo attacco, ebbe luogo il primo vero grande esodo di milanesi verso le campagne circostanti.

 

 

milano

 

18 luglio 2010

 

L’aviatore disperso.

Il 18 luglio 2010 ci siamo recati in via Boffalora, alla periferia sud di Milano, per cercare le tracce di un bombardiere Avro Lancaster, precipitato nella zona nella notte fra il 14 e il 15 febbraio 1943 e, in particolare, per cercare il corpo di uno degli aviatori, l’ufficiale Nicholson, disperso in quella notte e mai ritrovato.

La ricerca ha dato, purtroppo, un risultato negativo, ma ha fornito l’occasione per riportare alla luce un aspetto minore della guerra, pieno di risvolti di quella storia fatta dagli che non avevano posti di comando o di importanza storica, ma che sono quelli che con la loro vita o la loro morte hanno segnato il corso ella vita di tutti: per questi ricordi devo ringraziare il sergente James Thornton Duffield, uno dei sopravvissuti a quell’incidente aereo, ma vediamo di fare la storia con ordine.

 L’Italia nel febbraio 1943 sapeva già di avere perso la guerra. L’esercito dell’Asse si era ritirato in Tunisia, dove stava per esser sconfitto, e stava arretrando su tutto il fronte russo. Il Bomber Command aveva raggiunto un livello di preparazione notevole e aveva cominciato la metodica distruzione delle città tedesche.

Fra gli obiettivi di questa fase della guerra fu inserita la città di Milano, trascurata dall’ottobre precedente e, secondo i canoni del Bomber Command, non ancora sottoposta ad un vero area bombing. Dopo la scarsa efficacia dimostrata dalla Dicat durante gli attacchi dell’ottobre 1942, erano arrivati in Italia, e quindi anche a Milano, alcuni reggimenti della Flak tedesca; anche la 5a legione Dicat, comunque, aveva subito una riorganizzazione e si era sdoppiata creando la 25a legione.

La sera del 14 febbraio partirono da basi inglesi 142 Lancaster che cominciarono la traversata della Francia per raggiungere l’obiettivo, Milano; quattro aerei dovevano staccarsi dal gruppo ed eseguire un bombardamento diversivo su La Spezia.

Le prime segnalazioni dell’ondata di attacco arrivarono da Troyes in Francia, alle 20,50; seguirono successivi allarmi da Auxerre, Nevers, Besançon, Digione e poi Lione alle 21,58.

I primi aerei sul territorio italiano furono segnalati a Valdigna alle 21,55 e poi, in rapida successione, lungo tutta la Valle d’Aosta: Aosta, Bard e poi Grignasco, Saluggia e Biella.

Il preallarme a Milano scattò alle 21,30 e il grande allarme alle 22,06; le prime bombe cominciarono a martellare la città alle 22,34 e continuarono per un’ora. I primi allontanamenti dal territorio nazionale furono segnalati alle 22,49 e gli ultimi alle 0,25, l’attacco era finito lasciandosi dietro le rovine.

Gli aerei arrivarono sulla Lombardia da ovest, a nord di Milano, effettuarono poi una virata verso sudovest e on questa direzione iniziarono l’attacco. I testimoni ricordano la presenza di numerosi razzi rossi, ma si trattava di bengala lanciati dai pathfinder che tracciavano la rotta dal Lago Maggiore in poi.

Le bombe colpirono anche i collegamenti fra le batterie e fu inoltre danneggiata la sede del comando della 25a legione Dicat. Furono pure colpite in pieno due batterie della Flak e morirono 9 tedeschi e 4 ucraini, questi ultimi prigionieri di guerra passati a collaborare con l’esercito tedesco.

Per la precisione si trattava dei seguenti soldati: Sergente Karl Klindt, sergente Werner Dachs, caporal maggiore Albert Wilf, caporale Karl Weiler, caporal maggiore Albert Espeschied, caporal maggiore Sava Fried, caporal maggiore Jacob Kadel, caporal maggiore Joseph Wendling, soldato ucraino Lasaf Esseloiskij, soldato ucraino Andrej Vetrow, soldato ucraino Stepan Gairilow, soldato ucraino Semjon Techornyi.    

Vediamo cosa accadeva in cielo durante l’attacco. I 138 bombardieri (quantificati dagli osservatori italiani in soli 36!) avanzavano scaglionati in gruppi, cominciando a prendere la mira all’altezza di Greco per coprire poi un’area che attraversava tutto il centro della città.

La quota d’attacco era estremamente variabile, da 1.000 a 6.000 metri , ma il puntamento era favorito da un’atmosfera eccezionalmente tersa. Gli aerei, dopo lo sgancio delle bombe prendevano una rotta verso sud, per poi virare di 180° e puntare verso l’Inghilterra.

Uno dei due Lancaster persi durante la missione, il W 4362 del 103° Squadron, precipitò in questa fase ma lascio la parola a Duffield.

 

Le memorie di Duffield.

 Il 13 febbraio 1943 partimmo per bombardare Lorient, un porto francese sulla costa atlantica della Bretagna, una delle principali basi dei sommergibili tedeschi. L’attacco avvenne in due ondate, a mezz’ora di distanza e noi facevamo parte della seconda. Quando arrivammo su Lorient il fuoco contraerei era quasi nullo, sembra che la prima ondata l’avesse sopraffatto. La nostra corsa di lancio fu come un esercitazione, ma mancammo il bersaglio e le nostre caddero tutte impietosamente in acqua. Avevamo un nuovo puntatore, il sergente Gordon Rusling. Non si può dire che sia stata colpa sua, il bombardamento in tempo di guerra non era una scienza esatta, forse pensava di essere ancora in esercitazioni del tempo di pace.

La notte successiva, giorno di San Valentino, partimmo per bombardare Milano, una città dell’Italia settentrionale. La rotta ci portò sopra la Francia e poi, attraverso le Alpi, in Italia. Non appena attraversate, vedemmo i fuochi sulle rive del Lago Maggiore, accesi dai bengala come marcatori della rotta verso Milano. Come ci avvicinammo al bersaglio potemmo vedere altri marcatori, forse sulla fabbrica Fiat. Ci portammo sulla corsa di lancio e io mi recai nel vano bombe. Mentre lasciavo il navigatore Alec Burton, questi mi disse “ricordati il paracadute”, così lo presi con me: era la prima volta che lo facevo. Le bombe furono sganciate e cominciammo a fare le fotografie, poi effettuammo una virata e mentre la facevamo sentimmo un enorme frastuono come un colpo d’ariete. In effetti stavamo volando nella scia di bombe in caduta di un altro aereo ad una quota più alta di noi. I rilievi sono due: non avrebbe dovuto essere ad una quota più alta e poi eravamo già lontani dal bersaglio e non avrebbe dovuto sganciare.

Tutti i motori si fermarono  e l’aereo divenne incontrollabile; sentii il pilota, il capitano Powdrell, dire “ci è toccata ragazzi, fuori tutti”.  Non esitai, infilai il paracadute e con qualche difficoltà mi feci strada versa l’uscita posteriore. Potevo vedere segni di gravi danni alla torretta posteriore; Taff Davies, il nostro mitragliere di coda non occupava la postazione quella notte, era raffreddato e l’avevo persuaso a non partecipare quella sera, la sostituzione era il sergente Nolan, che non sopravvisse. Arrivai alla porta posteriore, ma non riuscii ad aprirla, l’aereo era sempre più instabile ed era difficile restare in piedi. Disperato mi attaccai al vano bombe, dopo un breve istante l’aereo si mise orizzontale e io vidi il portellone aperto, non so chi avesse fatto ciò. Come mi avvicinai al portellone vidi il mitragliere della torre superiore che si muoveva nella stessa direzione, era appena davanti a me e quando lo raggiunsi mi ondeggiò danti, mi lanciai, contai fino a tre  e tirai il cordino del paracadute, provai una grande sofferenza e la mia bardatura malmessa schiacciò il mio inguine, era una lenta agonia.

Eravamo a 11.000 piedi quando fummo colpiti ed eravamo fra i 2.000/3.000 quando mi lanciai. Il dolore pian piano si calmò e mi accorsi che i miei scarponi si erano sfilati al momento dell’apertura del paracadute. Vidi che ero in uno spazio aperto, ben lontano da Milano che era ancora sotto attacco, potei vedere dei traccianti rivolti verso di me, ero un bersaglio. Non c’era niente da fare, per fortuna un bersaglio che dondola in discesa non è facile da colpire. Potevo vedere il suolo che si avvicinava, mi rannicchiai e colpii il terreno con le ginocchia, era come cadere all’indietro da un veicolo in movimento.

Ero arrivato in Italia, con un futuro incerto.

Quattro di noi erano morti.

 

Era morto lo squadron leader Walter Harry Powdrell, un neozelandese, che era anche squadron Flight Commander, Joseph George Nolan, il mitragliere di coda (il fratello Maurice era squadron leader nella Raf e morì nel 1944), Denis Young era un mitragliere e aveva un fratello gemello che morì l’anno dopo. Il neozelandese Flying officer C.E. Nicholson era  il radio operatore, era l’unico sposato ed é anche l’unico il cui corpo non fu mai trovato. Sopravvissuti, oltre a James William Thornton Duffield, furono il navigatore Alec J. Burton e A. Gordon Rusling, il puntatore.

Per tornare a Duffield, fu infine catturato presso Abbiategrasso e portato al Comando Aeronautica di Piazza Balbo (oggi Piazza Novelli) a Milano e qui incontrò un altro aviatore inglese, un certo Moffatt, protagonista di una strana avventura: l’aereo su cui si trovava era stato attaccato da un Fiat CR 42 della caccia notturna, pilotato dal tenente Cesare Balli, della 232a squadriglia del 59° gruppo. Il cacciatore italiano era riuscito a colpire il Lancaster, ma era stato a sua volta danneggiato e dato per abbattuto dagli inglesi. Il Lancaster intanto, con un motore in fiamme, sembrava sul punto di precipitare e Moffatt, preso dal terrore, si buttò con il paracadute e fu poi catturato, ma il pilota del Lancaster riuscì a far  riprendere quota all’aereo: nell’aria rarefatta le fiamme si spensero per soffocamento e il Lancaster riuscì a tornare alla base. Moffatt fu però fortunato: in una missione successiva i suoi compagni caddero in fase di decollo e morirono tutti. Al tenente Balli fu in seguito riconosciuto l’abbattimento dell’aereo, anche se questo non avvenne.

Per quanto riguarda altri Lancaster, la Dicat rivendicò l’abbattimento di un altro aereo, visto precipitare fra Marcallo e Inveruno, ma non se ne sono trovate tracce, è probabile quindi che si sia trattato di un errore degli osservatori durante l’attacco.

Un altro aereo precipitò per avaria durante il sorvolo della Francia e anche in questo caso avvenne un fatto curioso: si salvarono con il paracadute solo il pilota Whyte e il navigatore che era la suo fianco, gli altri cinque aviatori non si lanciarono e morirono tutti.

Per tornare a terra, i danni a Milano furono notevoli: i morti accertati furono 133 e i feriti 442, furono catturati due aviatori inglesi  a Buscate e Abbiategrasso (appunto Moffatt e Duffield) e altri due un provincia di Pavia (Burton e Rusling). Il 17 febbraio 1943 furono sepolti a Musocco, con gli onori resi dai militi della 5a e della 25a legione Dicat, 3 aviatori inglesi, 9 soldati tedeschi e 4 soldati ucraini. I milanesi morti furono inumati nei giorni successivi nei vari cimiteri cittadini.

Le case interamente distrutte furono 203, molto distrutte 220, con danni gravi 376, con danni minori 580 e con danni lievi 2.784. Furono anche colpite molte industrie e dopo quella data iniziò il decentramento della produzione bellica in stabilimenti adattati in tutta l’Alta Italia, fra cui le gallerie sul Lago di Garda.  

 

Il Mulino della Polvere.

 

L’aereo del comandante Powdrell si schiantò al suolo nella zona del Mulino della Polvere, un complesso di campi a sud di Milano, presso il Lambretto, o Lambro Meridionale.

La mattina del 15 febbraio intervennero le squadre dell’Unpa che recuperarono i corpi di Powdrell, Nolan e Young, al momento parzialmente identificato, le parti dell’aereo che erano rimaste sul suolo e poi l’avvenimento fu dimenticato.

Nel dopoguerra i corpi dei tre aviatori furono riesumati da Musocco e portai al cimitero militare di Trenno a cura della Commonwealth War Graves  Commission.

Nel 1990/91 furono eseguiti dei lavori nella zona per il deposito della Metropolitana 2; durante la bonifica del terreno per la ricerca di eventuali residuati bellici fu ritrovato una parte di motore Rolls Royce appartenente al Lancaster di Powdrell.

Un altro motore pare che si nel Lambretto, ma Nicholson dove è?   

 

 

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